Sono circa una ventina, hanno un’età compresa tra i 20 e i 35 anni e si annidano nella provincia calabrese che sorge nella Valle del Crati. Non hanno dubbi, si definiscono hacker. Con orgoglio. Da anni lavorano con determinazione per diffondere il loro verbo al di qua e al di là dei confini regionali. Ma non stiamo parlando di pericolosi pirati informatici. Gli hacker cosentini sono un gruppo di ricercatori e studenti dell’Università della Calabria, che da nove anni si batte per affermare il diritto alla conoscenza informatica e il diritto all’open source, come strumenti indispensabili per una rinascita sociale, culturale ed economica.

L’Hacklab Cosenza è un Centro di Ricerca su Tecnologia e Innovazione, nato nel 2004 in seguito a una serie di incontri tra “amici e appassionati di informatica” che si riconoscevano nell’etica hacker. Il primo passo è stato quindi rivendicare il significato originale del termine e riappropriarsene. La loro è una vera e propria battaglia culturale, dietro la quale non è difficile scorgere venature ideologiche. E in una regione che ‘vanta’ il primo posto nella classifica delle aree più povere e tecnologicamente più arretrate d’Italia (e, paradossalmente, il primo posto per il più alto numero di laureati a livello nazionale), la loro lotta assume un valore ancora più profondo.

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